Cannabis, una cura miraggio

Posted mercoledì settembre 20, 2017 by Mettiti in Movimento

Cannabis, una cura miraggio

Importazioni e scorte insufficienti. Farmacisti in rivolta per i prezzi. Così la terapia a base di “ganja” è per molti inaccessibile

Mission impossible. È forse questo il titolo più appropriato per spiegare il calvario di chi segue la cannabis terapia. La prima regola è armarsi di tanta pazienza, la seconda affidarsi alla fortuna. Insomma, è più facile vincere una mano alle slot machine sparse nei bar delle nostre città che ottenere al primo colpo il preparato galenico alla marijuana di cui si ha bisogno. Il viaggio nelle poche farmacie specializzate nella preparazione a base di fiori di “maria” rischia di trasformarsi in una perdita di tempo. Un viaggio della speranza, nonostante da 4 anni sia legale curarsi con questa terapia. Prevale l’improvvisazione, e di certo non da parte dei farmacisti che hanno creato veri e propri network per far circolare le conoscenze sulla materia e prendere posizione su alcune scelte del ministero della Salute ritenute del tutto errate.

L’ultima rivolta, per esempio, l’ha provocata il prezzo imposto dal ministero diretto da Beatrice Lorenzin. Un prezzo al ribasso, ovviamente. Che non garantisce ai farmacisti alcun margine di guadagno e, anzi, produce perdite nelle casse aziendali. In pratica, il ministero ha stabilito per decreto che un grammo costerà 9 euro. Un prezzo, sostengono gli addetti ai lavori, incongruo. Perché a loro quel grammo di cannabis “olandese” costa in media 8,50 euro, a cui va aggiunta l’Iva e balzelli vari.

La protesta dei farmacisti ha in qualche modo sortito un effetto: Lorenzin ha promesso l’apertura di un tavolo tecnico per discuterne, tuttavia a oggi i farmacisti devono vendere il prodotto a 9 euro al grammo. Un business in perdita, dunque. L’imposizione del prezzo all’ultimo anello della catena porta con sé alcune conseguenze. Per esempio, Guido Meschiari, titolare di una storica farmacia nel Modenese che prepara i medicinali a base di cannabis, osserva: «Benché il tentativo ufficiale sia ridurre il prezzo, in realtà si colpiscono le farmacie territoriali e quindi i pazienti che in futuro rischiano di non trovare più il prodotto per curarsi». Altri colleghi di Meschiari hanno già fatto alcuni conti e sostengono che con il “decreto 9 euro” ci sono aziende che rischiano di perdere fino a 6 mila euro al mese se continuano a trattare la cannabis terapeutica. Il rischio è quindi che cali l’offerta di prossimità, quella della farmacia sotto casa.

Ma l’inadeguatezza dell’offerta non dipende solo dal costo. C’è una disorganizzazione di fondo che unita a iter tortuosi disseminati di carte, attese, risposte e autorizzazioni, rende il processo ancor più ingarbugliato. L’attesa per l’arrivo della materia prima dall’Olanda è di minimo 40 giorni. Ogni richiesta vale per massimo tre mesi di terapia. E tra la domanda di importazione fatta dall’Asl di competenza e la spedizione autorizzata dal ministero della Salute olandese ci sono altri quattro passaggi intermedi. Inoltre a produrre per conto del governo olandese c’è solo una società, la Bedrocan international, diventato un vero e proprio colosso del settore, leader nelle esportazioni di fiori di marijuana medica. In tutto e per tutto un monopolista, privo di concorrenti. Bedrocan produce cinque varietà diverse. Ognuna di queste è indicata per alcune patologie e non per altre.

In ogni caso la quantità annuale di questo prodotto che può arrivare in Italia ha un limite, calcolato secondo stime effettuate dal ministero. La soglia oltre la quale l’azienda olandese non fornisce più cannabis è di circa 100 chili all’anno. Pochi, secondo i farmacisti e i medici che somministrano la terapia. Sufficienti, evidentemente, per chi al ministero ha stabilito tale soglia. Convinto forse di poterlo integrare con la produzione pilota, tutta italiana, avviata in Toscana allo stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze. È vero questo tipo di “erba” ha un costo di poco inferiore a quella importata, ma è di una sola varietà. Si chiama FM2 e copre solo alcune delle patologie per le quali è previsto l’uso della cannabis. L’affanno con cui vengono rifornite le farmacie è descritto bene da Meschiari: «Attualmente ci sono distributori che vendono il prodotto olandese che non riescono a ottenere quanto richiesto. Ordinano 12 chili e ne arrivano due. Oltretutto non sta più arrivando la varietà light, usata nel trattamento dell’epilessia nei bambini». Insomma, cannabis terapeutica sì, ma col contagocce.

Per questo c’è chi spera nella proposta del senatore 5 stelle Alfonso Ciampolillo. Il parlamentare spiega: «La legge intergruppo sulla legalizzazione non passerà per volontà del governo stesso. Credo che alla fine passerà la mia proposta, che prevede semplicemente la possibilità per i malati di potersi coltivare in casa fino a un massimo di quattro piante. In Italia molti di loro non hanno accesso alla cannabis, nonostante sia legale, perché parecchi medici non fanno prescrizioni».

Chi vive sulla propria pelle il disagio è Alessandra De Iurco, 33 anni, di Padova. Abita a Barcellona da sette anni. Da quando è piccola soffre di una sindrome curabile con la cannabis.

«In Italia prendevo psicofarmaci, qui ho smesso» racconta. In Catalogna le farmacie non vendono prodotti a base di cannabis, come avviene invece in Italia. Ma nella pratica è molto più facile ed economico curarsi qui che in Italia.

«Sono allergica al Bedrocan», dice, «e l’erba di Stato, nella pratica non si trova: da tre mesi c’è scarsissima disponibilità. Qui invece ci sono i club, l’erba è naturale e costa poco: con lo sconto per i malati, la pago tre euro al grammo.

La mia terapia prevede un consumo di 2,5 grammi al giorno, qui in Catalogna io spendo 300 euro al mese per la terapia, invece in Italia spenderi almeno il doppio».

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